Il titolo “Odyssey Il Trucco teatrale raccontato da Diego Dalla Palma” è stato un affascinante excursus sull’utilizzo del trucco nel celebre allestimento di Bob Wilson tratto dal poema omerico , in scena al Piccolo Teatro Strehler fino al 31 ottobre.

La straordinaria abilità di lookmaker di Diego Dalla Palma — osannata anche dal New York Times — va oltre la semplice capacità artistica. Dai suoi lavori trapela quello che si scopre ascoltandolo: una vasta e profonda cultura e, nello specifico di questo incontro, una grande conoscenza del teatro e del trucco teatrale. Ma affiora anche una genuina emozione nei racconti dei suoi inizi come costumista, scenografo e truccatore in televisione e in teatro.

Ha dalla sua una simpatia innata e una dialettica coinvolgente, da vero intrattenitore. Ma quando si tratta di make-up non usa mezzi termini: “Storia, grafica e icone sono le basi di chi vuole fare il truccatore o di chi ne vuole fare un segno distintivo, come appunto Bob Wilson”.  Un lavoro attento, meticoloso quasi maniacale, quello del trucco di “Odyssey”, che richiede sessioni di ben tre ore. “La meticolosità è la chiave di lettura di tutti i lavori di Wilson. Un esempio su tutti: guardando “Odyssey”, mi sono accorto che gli attori avevano delle unghie lunghissime. Nessuno tra il pubblico se ne è accorto, ma Wilson le ha comunque inserite per caratterizzare i personaggi”.

E poi c’è lo sguardo, che per Wilson incarna il potere dell’attore. Uno sguardo che in “Odyssey” è portato all’estremo, con un uso potente del bianco e delle forme lineari, eredità delle maschere del teatro greco.

Gli elementi delle espressioni teatrali secondo Diego Dalla Palma sono tre: sopracciglia, colore del viso, bocca. Gli stessi elementi che si ritrovano nel trucco di alcune icone del teatro italiano, che si susseguono nelle foto fornite dall’Archivio del Piccolo. Si va dall’affascinante Milly — diretta da Strehler ne “L’opera da tre soldi” — che caratterizzava le sue labbra carnose con un rossetto mischiato al nero, precursore dei colori odierni, alle sopracciglia che creano lo sguardo dolente di Valentina Cortese, immortalata nel decennio che va da “El Nost Milan” a “Santa Giovanna dei Macelli”. Si passa alla potenza del trucco di Giuliana De Carli per Milva ne “L’opera da tre soldi”. “Un’immagine così forte – precisa Dalla Palma – da arrivare ancora prima della parola. E’ un esempio perfetto di come sia importante coltivare la personalità”. E poi ancora Narcisa Bonati, Giancarlo Dettori, Tino Carraro, Ottavia Piccolo e Giulia Lazzarini. Dalla Palma fa notare i segni di make-up talvolta imprecisi voluti dallo stesso Strehler per dare forza al carattere, così come l’utilizzo del pallore del viso e dell’accessorio.

Grafica” è il termine che riecheggia di più durante l’incontro. Un codice grafico e visivo minimalista, quello di Bob Wilson, alla Mondrian, influenzato dal Kabuki, che molti però reputano freddo. “Wilson ha imparato da Strehler — spiega Dalla Palma — a usare semplicemente la luce per creare lo spazio. In realtà la sua è una freddezza che scalda il cuore di chiunque”.

Si passano in rassegna i personaggi di “Odyssey”. Wilson parte dal pallore, dal bianco per dare valore al viso. Uno Zeus dove predomina il bianco del volto e della barba, messa in risalto da inaspettate labbra nere; i personaggi delle seduttrici, con un trucco quasi “beauty”; la famosa nota dolente di alcuni caratteri, resa attraverso una riga netta sotto l’occhio.

Diego Dalla Palma chiude in bellezza — e mai termine fu più appropriato — con alcune considerazioni personali sull’uso del trucco e non solo. Amy Winehouse? “Ha creato un trucco imperfetto che l’ha trasformata in un personaggio unico”. Cita la più che morbida Beth Ditto, come “esempio di immagine straordinaria”.

E con una sintesi finale sul suo modo di essere.

Geografia, viaggi, grafica e design. Questi i punti fermi della mia vita”.

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