Edith, l’altra faccia dei Kennedy

Edith, l’altra faccia dei Kennedy
Tutto ha origine da un semplice e apparentemente innocuo documentario. Nel 1972 Lee Radzwill, sorella di Jacqueline Kennedy ingaggia Albert e David Maysles per girare un documentario sulla sua famiglia. Durante le loro ricerche, i due scoprono le esistenze dimenticate di Edith Ewing Bouvier Beale e sua figlia Edith Bouvier Beale, zia e cugina di Jacky e Lee. Da un passato glorioso da dive dell’alta società, le due si sono ridotte a vivere a Grey Gardens, una casa in rovina negli East Hampton, circondate da immondizia, gatti, zecche e procioni.

Ovviamente i Maysles non gireranno mai il documentario per cui erano stati ingaggiati, ma realizzeranno Grey Gardens, un ritratto impietoso, un vero capolavoro di direct cinema sulle due reiette dei Kennedy. Una storia che fece scalpore e che ha sedotto l’immaginario di molti, al punto che ne sono stati tratti un musical nel 2006, un film per la televisione con Jessica Lange e Drew Barrymore nel 2009 e nel 2008 un adattamento per le scene, in cui la storia delle due Edie si intersecava con quella de Il Fauno di Marmo di Nathaniel Hawthorne.

E’ invece tutta italiana l’intensa e riuscita versione teatrale tratta dal documentario dei Maysles. Si intitola Edith – una produzione di Elena Serra e Chiara Cardea con il Teatro della Caduta – ed è andata in scena in prima nazionale per sole due repliche al Teatro Gobetti di Torino lo scorso 14-15 gennaio.  Non un esperimento di mera trasposizione biografica, ma una drammaturgia originale a opera di Elena Serra e Chiara Cardea, anche interpreti rispettivamente di Big Edie e Little Edie. Non c’è tristezza nell’indagine delle vite di queste due anti-eroine, ma un rispetto doveroso per  l’orgoglio di chi osa dichiarare la propria non appartenenza alla normalità, si ribella contro un mondo che le vorrebbe perfette, rivendicando il proprio diritto alla decadenza.

Le due vivono una quotidianità basata su un rapporto di amore e odio. Little Edie (Chiara Cardea) una figlia bambina, un tempo bellissima, ormai ridotta all’ombra di se stessa a causa di un’alopecia da stress e una miopia fortissima, rimprovera la sua infelicità e solitudine alla madre, dalla quale però non riesce a staccarsi. Big Edie (Elena Serra) è una madre-padrona dall’ego smisurato, che manifesta il suo amore in modo distorto e aggressivo. Un microcosmo quello di Grey Gardens, che costringe a confrontarsi con quel complesso gioco di intrecci che sono le emozioni umane, qui reso ancora più evidente dalla claustrofobia e desolazione del luogo. Le due attrici interagiscono su una linea a-temporale intrecciando le scene sulle suggestioni create dalle parole delle protagoniste. Se numerose sono le citazioni dei dialoghi del film, l’eccellente regia di Elena Serra non cede alla tentazione della cronistoria, ma approda un livello più alto, in cui si avverte lo sdoppiamento tra il personaggio di Big Edie e l’autorità del ruolo nei confronti della sua attrice. Chiara Cardea è una Little Edie stralunata e poetica, una creatura felliniana dagli occhi pesantemente bistrati , sempre in bilico tra la voglia di fuga e l’attaccamento morboso alla madre; Elena Serra è un Big Edie imponente, carnale. Una donna che ha occupato un ruolo nella società grazie a un corpo, che ostenta e rivela progressivamente. Edith è un’opera riuscitissima, non solo per la brillantezza del testo, ma per la bravura dell’intera macchina da scena, dalle protagoniste ai costumi al trucco di Anna Filosa, alle riuscite scenografie mobili di Jacopo Valsania e al progetto sonoro  di Alessio Foglia.

Le foto sono di Luigi Ceccon

 

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