Una piacevole chiacchierata con Elena Serra e Chiara Cardea, coppia rivelazione di Edith, bellissimo spettacolo visto tempo fa al Teatro Gobetti di Torino. Qui trovate la mia recensione. Il testo prende spunto dal documentario Grey Gardens sulle vite di Edith Ewing Bouvier Beale e sua figlia Edith Bouvier Beale – zia e cugina di Jacqueline Kennedy – ridotte a vivere una casa in rovina negli East Hampton.

Elena Serra e Chiara Cardea sono autrici e interpreti di Edith. Elena Serra ne ha curato la regia.

INTERVISTA A ELENA SERRA

Il tipo di impostazione di regia di Edith era già chiara per te durante la stesura del testo?

Io sono contraria a impostare la regia in modo astratto. Avendo lavorato molto alla drammaturgia e avendo studiato a fondo insieme con Chiara ogni aspetto della vita delle due protagoniste, mi sono sentita libera di attuare il mio metodo di lavoro che consiste nell’ordinare i diversi materiali che compongono lo spettacolo direttamente sulla messa in scena. Per questo motivo, ho voluto intorno a me collaboratori artistici che non si limitassero a eseguire le mie commissioni, ma che fossero disposti ad agire in modo autoriale sullo spettacolo. A partire dal percorso di recitazione di Chiara, attraverso il lavoro sulla scenografia e sul costume per finire con quello importantissimo sul suono, ognuno si è messo in dialogo con me e durante il mese di prova ho cercato e trovato il bandolo della matassa proprio grazie a questo dialogo.

Secondo le tue parole, la storia delle due Edith ti ha colpito, perché tra l’altro incarna “l’icona della diva del Viale del Tramonto, la ribellione alla borghesia delle Serve e la disperazione ironica della Winnie di Beckett”. In che modo questi echi ti hanno influenzato nella messa in scena?

Credo che sempre, indipendentemente dal tipo di testo che si affronta, sia necessario creare intorno al lavoro un immaginario condiviso, in questo i riferimenti letterari, iconografici e musicali sono fondamentali, perché trasmettono in modo autonomo le sensazioni che desidero fare affiorare e permettono di allargare l’orizzonte espressivo. Sicuramente sono stati fondamentali per la recitazione, da un lato perché sono stati il collante tra i due personaggi, dall’altro perché ci hanno indicato la strada per esporre la nostra emozionalità.

Nell’allestimento ha molta importanza ed è di enorme impatto la parte visiva e sonora – il trucco, le scenografie, le video-proiezioni, la musica. In un certo senso si tratta di una vera e propria installazione teatrale. Come hai deciso di dare questo particolare taglio allo spettacolo?

Come ti dicevo non credo che il teatro debba essere solo concretizzazione del mondo interiore del regista, si tratta di un’opera collettiva che il regista deve farsi carico di ordinare. Il processo installativo mi obbliga a mettermi in discussione, mi manda in crisi, mi costringe a verificare la mia posizione in ogni istante. In buona sostanza, non si è trattato di una scelta relativa a questo particolare allestimento, ma piuttosto dell’applicazione di un metodo. In questo caso è molto evidente perché sono stata circondata da un’ottima squadra.

Come vivi il fatto di essere anche interprete oltre che regista? Saresti tentata dalla possibilità di vedere il tuo allestimento da spettatrice o i due ruoli – madre-regista – sono per te sono indissolubilmente legati? Si intersecano in qualche modo?

Io ho cominciato la mia carriera  in teatro come ballerina classica, sono stata attrice per più di dieci anni, ho fatto l’assistente alla regia, il direttore di scena, la segretaria di produzione, il macchinista, la costumista, la sarta e ho insegnato. Per me il teatro è uno, stare dietro o davanti non fa differenza, lo affronto sempre nello stesso modo. Edith non è solo uno spettacolo, ma un progetto, per questo nessuno di noi è sostituibile e ogni ruolo è legato profondamente alla natura della persona che se ne fa carico.

Quando hai concepito la regia, hai pensato alle possibili reazioni del pubblico? E quali vorresti che fossero?

Si, ho pensato sempre al pubblico. Volevo raccontare la storia delle due Edith senza scadere nel nozionismo, ma anche senza costringere il pubblico a studiare la storia americana per seguire lo spettacolo. Ho scelto di lavorare sulle sensazioni che il documentario dei Maysles aveva trasmesso a me e a Chiara e di costruire in scena una situazione che trasmettesse al pubblico italiano di oggi le stesse emozioni.

In particolare, vorrei che il pubblico vedesse in questa vicenda una coraggiosa scelta di libertà e di auto-affermazione artistica, vorrei anche che fosse un’occasione per comprendere che ogni scelta comporta rischi, rinunce e dolore, ma non per questo deve essere vissuta come scelta perdente e che infine il giudizio sociale sovente ci preclude strade che potrebbero invece condurci ad essere davvero noi stessi.

Quanto c’è di te nel personaggio di Big Edie?

In questo personaggio c’è molto di me, e l’ho scoperto durante le prove…dicevo le battute e vedevo i miei colleghi sorridere, ho impiegato un bel po’ di tempo ad accettare la signora Edith Ewing Bouvier Beale, proprio perché lei mi ha costretta a tirare fuori davanti a tutti certi aspetti di me che volentieri farei a meno di esibire. A conti fatti, Big Edie mi ha ricordato chi sono nel profondo della mia anima e mi ha regalato su un piatto d’argento la possibilità di agire fuori dalle convenzioni, ora ci vogliamo bene!

INTERVISTA A CHIARA CARDEA

Come sei venuta a conoscenza della storia di Edith Ewing Bouvier Beale e di sua figlia Edith Bouvier Beale?

Un giorno ero a casa a fare due chiacchiere con degli amici, con i quali ho in comune la passione per la serie American Horror Story, di cui è protagonista Jessica Lange. Uno miei dei due amici mi ha fatto notare che aveva scoperto che Jessica Lange aveva recitato con Drew Barrymore nel 2009 nel film tratto dal documentario Grey Gardens e così ci siamo messi a guardarlo insieme. Mentre lo vedevo, ho avuto una sorta di illuminazione: quella vicenda era già una storia teatrale! In quel periodo stavamo proprio cercando un testo su cui lavorare, un fatto di cronaca da cui costruire una drammaturgia;  Elena ed io ci siamo subito accorte che Grey Gardens era la strada giusta da percorrere. La cosa interessante è che questa vicenda non ha solo molti rimandi teatrali, ma ha anche diversi collegamenti al mondo della moda e della società, del potere. Non tratta solo di un rapporto madre-figlia, ma ha in se un livello più universale, che consente di approfondire tanti aspetti.

In effetti anche solo curiosando sul web ci si accorge che le due Edith, – Big Edie e Little Edie – sono diventate quasi delle icone di stile e di moda…

Assolutamente. Soprattutto Little Edie ha attraversato tutti i livelli, da quello di grande intellettualismo alla cultura pop, in cui ha fatto breccia. Il suo look è copiatissimo sul web. E poi basta notare che l’hashtag #ediebeale o #edithbouvierbeale è molto usato su Instagram, magari per mostrare una foto di un determinato piatto o di una casa dimessa in mezzo alla natura. La stessa Franca Sozzani lanciò per prima su Vogue un servizio di moda ispirato Grey Gardens.

Nella presentazione dello spettacolo dite che avete studiato i dialoghi del film, trovando analogie con le vostre biografie artistiche. In che senso?

Sia nella fase di studio sia in quella di scrittura, mi sono accorta di continui rimandi a battute che Elena ed io abbiamo pronunciato in scena. Infatti nello spettacolo vengono citati Becket, Shakespeare, Joyce, tutti autori di testi, che in misure e modi diversi, erano nel nostro repertorio. Le analogie non sono riferite alla nostra vita privata, anche se ci sono  delle frasi delle protagoniste che ci appartengono e sposiamo perfettamente.

Chi ha scelto quali personaggi interpretare?

E’ stata una cosa spontanea. Non ci siamo quasi poste il problema, anche perché nel documentario stesso la madre sembra un po’ regista e la figlia attrice. Inizialmente eravamo entrambe molto attratte da Big Edie per il suo cinismo, che è anche leggerezza e compiutezza di certe esperienze. Little Edie ho dovuto capirla. Non è la vittima che sembra, ma racchiude altri mondi, come la sua eleganza, il portamento, il modo in cui espone il suo corpo, lo cura. Tutti aspetti molto interessanti, che nella società attuale abbiamo un po’ perso.

Il dialogo senza “filtri” di Edith ricorda molto Il Guardiano di Pinter e comunque ha molti rimandi al Teatro dell’Assurdo.

Sicuramente. Nel testo ci sono poi anche tantissimi collegamenti anche a livello musicale, come il valzer Shostakovich che rimanda a sua volta a Kubrick, che è una citazione del nostro repertorio. Ma ci sono anche citazioni dei Nirvana, una mia passione giovanile.

Il vostro è un testo forte che può sconcertare, stupire. Com’è stata  reazione del pubblico?

Abbiamo avuto solo commenti positivi. anche da persone che non frequentano abitualmente il teatro. Lo attribuisco al fatto che il testo colpisce diverse chiavi, da quella del pop a quella intellettuale. Poi il pubblico ha percepito  la complicità del nostro gruppo, la cura che abbiamo messo in tutto, dai costumi alle scene, dal trucco ai costumi. E ‘uno spettacolo corale, infatti, il complimento più bello e frequente che ci è stato fatto è stato: “Che bella macchina!”

Voi avete preso un fatto reale e non vi siete limitate a darne una versione documentaria, ma lo avete analizzato, vivisezionato. Potrebbe diventare una consuetudine teatrale prendere ispirazione da fatti reali e farli vostri?

E’ un’inclinazione che abbiamo già sperimentato in altri spettacoli. Penso che partire da un fatto vero e analizzarlo in questo modo, potrebbe avvicinare le persone a una riflessione più approfondita. Nel caso di Edith, abbiamo cercato di avvicinare gli spettatori prima del nostro debutto, con conferenze e proiezioni. Quindi il pubblico è arrivato molto preparato a teatro, magari documentandosi anche a livello personale, andando a cercare filmati e foto. E avere un pubblico già preparato, certamente, ha aiutato molto anche noi.

Foto di Luigi Ceccon
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