C’è chi legge o assiste a uno spettacolo come se fosse un foto-romanzo. Distrattamente, prendendosi delle pause d’attenzione. Perché spesso si trova davanti a testi vuoti e ripetitivi, di sperimentazione fine a se stessa oppure ai “classical plays for dummies”, le ennesime riedizioni di classici in chiave facilitata. Per fortuna ci sono testi davanti ai quali non ci si può distrarre.
Uno di questi è “Il Metodo Grönholm” di Jordi Galceran, conosciuto in Italia semplicemente come “Il Metodo” e portato recentemente in scena al Teatro Manzoni di Milano – di cui ha concluso la stagione – in un allestimento diretto da Lorenzo Lavia, con Giorgio Pasotti, Fiorella Rubino, Gigio Alberti e Antonello Fassari.
La trama non è altro che un gioco al massacro in cui nessuno è quello che sembra. Quattro individui, tre uomini e una donna, riuniti in un prova di selezione finale per un incarico manageriale ai vertici di un’importante multinazionale, di scandinava memoria, la Dekia. La scelta avviene attraverso una progressiva rivelazione delle vite di ognuno, secondo un metodo di selezione particolarissimo, il metodo Grönholm, appunto. Dare tutto di se, la propria vita, i segreti più nascosti, l’intimità, il porsi l’uno contro l’altro sono la merce di scambio dei quattro protagonisti per l’agognato posto. E così prenderanno il via quattro storie parallele, non prive di comicità, legate dall’incredibile potere della parola. Parole crude, reali, per ingannare, sconvolgere e illudere e mettere alla berlina alcune pericolose e ciniche consuetudini del mondo del lavoro. L’allestimento di Lorenzo Lavia risulta efficace nella costruzione da thriller sul mondo del lavoro e si appoggia alla scenografia particolarmente azzeccata di Gianluca Amodio, una sorta di trappola di plexiglass e luci al neon, che con un diabolico marchingegno rivela ai protagonisti le prove a cui si devono sottoporre. La regia manca forse del ritmo incalzante insito nel testo (qui adattato da Pino Tierno) anche se non si discutono le ottime prove di Giorgio Pasotti, cinico e arrivista quanto basta, Fiorella Rubino, prototipo della donna che sacrifica la famiglia all’azienda, Antonello Fassari, perfettamente ambiguo come apparente anello debole del gruppo e Gigio Alberti nel ruolo forse più difficile e tormentato.
Uno spettacolo che colpisce in modo diretto, perché mette a nudo la crudeltà di un mondo agghiacciante, che tutti conosciamo e che spesso consideriamo normale.

La foto è di Salvatore Pastore

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