A ognuno di noi è capitato almeno una volta di aver voglia di spogliarsi di tutto, casa, mobili, abiti e orpelli. Momenti in cui si vorrebbe essere semplicemente sé stessi, senza il resto. Un resto, che è sì materiale, frutto di anni e anni di accumulo, ma che porta con sé tonnellate di convenzioni e regole sociali a cui tutti noi dobbiamo sottostare. Il cappottino per le buone occasioni, il salotto elegante, l’impianto stereo all’avanguardia, l’ultimo modello di cellulare. Pensate per un attimo di privarvi di tutto questo. Come vi sentireste? E’ quello che capita ai Ransone, Rosemary e Maurice, coppia di mezza età, perfetto esempio di rigido establishment britannico. Fino a quando una sera, rientrando dall’opera, trovano solo l’involucro della loro magione. Tutto è sparito, anche la moquette, le pareti e le prese di corrente. “Nudi e crudi” è un divertente romanzo di Alan Bennet in scena fino all’11 dicembre Teatro Manzoni di Milano nella trasposizione teatrale di Edoardo Erba prodotta dalla Artisti Associati, con la regia di Serena sinigaglia  Particolarmente azzeccata la scelta dei protagonisti, Paolo Calabresi (Maurice) e Maria Amelia Monti (Rosemary), che incarnano le due opposte reazioni dei coniugi all’esproprio materiale delle loro esistenze. Maurice affronta con rabbia costante e insidiosa la rinuncia a una vita senza la rassicurante routine, le vecchie abitudini e una cura quasi maniacale per tutto ciò che gli appartiene. Irresistibile la flemma caustica di Paolo Calabresi, lontano anni anni da un personaggio ugualmente esilarante come “Il Biascica” di Boris. Di tutt’altro timbro, anche se ugualmente efficace, la stralunata recitazione di Maria Amelia Monti. Inizialmente sconcertata per la perdita di una vita scandita dagli oggetti, Rosemary si sente ben presto sollevata, perché è finalmente libera di vivere in una realtà autentica, persino di entrare in confidenza con il negoziante “asiatico” di quartiere o di fare amicizia con l’aitante vicino di casa. Di vivere in modo più semplice, senza filtri o o mediazioni, perché non ha letteralmente più nulla con cui farsi scudo. Molto bravo anche il giovane Nicola Sorrenti, una sorta di inquietante cantastorie che incarna anche diversi ruoli. La regia di Serena Sinigaglia è agile e sicura, forse con qualche leggera caduta di ritmo nella prima parte. Un’ottima pièce, divertente, a tratti amara e che lascia non poco da pensare sulla reale profondità della nostre vite.

 

 

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