Dimenticate gli occhioni sgranati e cerulei del Pinocchio targato Disney, ma anche la fulgida fata turchina di Gina Lollobrigida dello sceneggiato tv e le tirate interpretative buoniste propinate a scuola. Fate piazza pulita di ogni ricordo legato a Pinocchio ed ecco, allora, che potrete godere appieno del Pinocchio di Antonio Latella, in scena fino al 12 febbraio al Piccolo Teatro Strehler. Uno degli spettacoli più attesi della stagione e anche prima regia di Latella in una produzione del Piccolo, questo Pinocchio è tutt’altro che una fiaba o un “romanzo per bambini”. E’ uno spettacolo potente, immaginifico ed emozionante, in cui l’opera di Collodi è depurata di tutte le interpretazioni che le sono state attribuite in più di un secolo di critica letteraria e di cui Latella analizza, con la consueta originalità interpretativa, la sua universalità. Punto di partenza della drammaturgia – opera dello stesso Latella con Federico Bellini e Linda Dalisi – le bugie degli adulti. Pinocchio, il bugiardo per antonomasia, è circondato da bugiardi o meglio di ipocriti, che costruiscono il loro mondo, la loro realtà. Pinocchio ha degli ottimi maestri: Geppetto, il bravissimo Massimiliano Speziani, è il primo a mentire. Non crea Pinocchio per amore filiale, come vorrebbe dare a intendere, ma è un padre-padrone, che costruisce un burattino per suo diletto e guadagno. E ancora, mentono il Gatto (Michele Andrei) e la Volpe (Stefano Laguni), Mangiafuoco, persino la Fata Turchina, nell’inedita interpretazione da eroina infernale di Anna Coppola. Pinocchio si adegua a questo mondo di bugie, anche se in uno sprazzo di lucidità si lascerà andare a uno scoppio d’ira e di turpiloquio liberatorio. Christian La Rosa è un Pinocchio adulto dalle movenze adolescenziali, che sconcerta e stupisce per energia, veemenza e carnalità. Lo spettacolo viaggia sempre su un doppio binario realista e onirico. La segheria di Geppetto è un luogo di creazione biblica, in cui un’enorme lamiera, fonte di suoni sinistri, fa da spartiacque a un livello superiore, quasi metafisico.  Sulla scena – di Giuseppe Stellato – una pioggia continua, quasi ipnotica di trucioli di legno, come a simboleggiare la continuità dell’atto creativo. La lingua segue filologicamente la traccia toscana indicata da Collodi ed è un amabile gioco di intrecci tra metafore e realtà, con continui rimandi ai capisaldi del teatro mondiale, da Shakespeare a Ionesco, da Joyce a Dante. E proprio il finale dantesco, in cui i denti della balena sono creati da enorme fasci di luce, lascia davvero senza parole. Inaspettato, disturbante. Si potrebbe definire in vari modi. Sicuramente non lascerà indifferenti.

 

Le foto sono di Brunella Giolivo

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