Un palco, una pedana, un cencio che fa da sipario immobile. La scenografia di “Cabaret” – a Milano al Teatro della Luna fino al 22 novembre – riflette in pieno il senso di uno spettacolo volutamente scarno, ma incredibilmente emozionante. E’ la terza volta che Saverio Marconi porta in scena questo classico del teatro musicale. Il testo di Joe Masteroff, basato sulla commedia di John Van Druten e sui racconti di Christopher Isherwood, con le musiche di John Kander e le liriche di Fred Ebb (qui tradotte da Michele Renzullo) è diventato celebre ai più soprattutto per il film del 1972 con Liza Minnelli. Il film per molti è “Cabaret”, con la sua ricchezza decadente, lo sfavillio dei costumi, il trucco marcato di Liza Minnelli e il fascino trasgressivo di Joel  Grey, Maestro di Cerimonie. Niente di tutto questo nello spettacolo di Saverio Marconi. Se si può parlare di avanguardia nel musical, questo “Cabaret” è l’esempio più riuscito. Non ci sono concessioni all’estetica da musical classico, tutto è fuori dalle regole e rispecchia la personale interpretazione di un regista in stato di grazia, coadiuvato da un cast straordinario. La vicenda di Sally Bowles, giovane stella del Kit Kat Club nella Berlino agli albori del nazismo, del suo amore tormentato per Cliff Bradshaw, scrittore americano squattrinato, si intersecano con i commenti sprezzanti, ironici e ammiccanti del Maestro di Cerimonie. Un mondo che va a rotoli, sotto il peso schiacciante di un governo che spezza i sogni di tutti. E sullo sfondo un divertimento sfrenato, disperato e indifferente. Nasce spontaneo il parallelo non la situazione odierna. Nessuno in Cabaret si preoccupa del nazismo finché non viene toccato direttamente. Finché tutto persino gli eccessi, la cattiveria, l’immoralità del Maestro di Cerimonie finiranno per autodistruggersi, con un finale che è un vero e proprio pugno nello stomaco dello spettatore. Eccezionale il cast: Giulia Ottonello (Sally) nel pieno della maturità di attrice e cantante, regala un tocco di malinconia svagata al personaggio, così come risulta riuscita la prova di Mauro Simone (Cliff) che delinea con garbo un personaggio non facile. Ma il vero asso nella manica di “Cabaret” è Giampiero Ingrassia che porta in scena un Maestro di Cerimonie memorabile. Con un trucco che lo rende simile a Joker, dà vita a un carattere del tutto inconsueto per i suoi canoni: cattivo, ipnotico, sprezzante nei confronti della realtà che lo circonda è la vera star del Kit Kat Club, sui cui il pubblico focalizza l’attenzione. Geniali  le coreografie essenziali di Gabriele Moreschi e dello stesso Saverio Marconi e determinanti le coreografie di Gillian Bruce, giocate sulla metafora del disequilibrio, come nel celebre “Mein Herr”, in cui i ballerini si muovono sulle corde, volutamente fuori asse. Ottima anche la prova dell’organico di cinque elementi diretti da Riccardo Di Paola sotto la supervisione musicale di Marco Iacomelli. Un unico rammarico per un musical a mio parere perfetto: forse un teatro raccolto, da cabaret appunto sarebbe stato più appropriato del Teatro della Luna, uno spazio forse troppo vasto, in cui un messaggio così importante rischia di disperdersi.

Foto Giulia Marangoni

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